Avv. Giuseppe CAPONE

Avv. Giuseppe CAPONE

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La Pace fiscale, dopo l'approvazione del Senato con 147 si, aspetta adesso il lasciapassare della Camera, ma perde già alcuni pezzi. Via la dichiarazione integrativa speciale. In compenso guadagna la sanatoria degli errori formali con pagamento sdoppiato tra il 31 maggio 2019 e il 2 marzo 2020. E ancora con l'aumento delle rate della rottamazione ter, che passano complessivamente da 10 a 18 per venire incontro ai contribuenti e consentire loro di diluire ulteriormente i pagamenti, si aggiungono ulteriori scadenze sul calendario. 
ROTTAMAZIONE ENTRO IL 7 DICEMBRE PER METTERSI IN REGOLA
Già in dirittura d'arrivo la scadenza del 7 dicembre che consente a chi ha aderito alla rottamzaione bis, di rimettersi in carreggiata con il pagamento delle rate scadute a luglio, settembre e ottobre di quest'anno. 
30 APRILE 2019 PER LE NUOVE ADESIONI
Per aderire invece alla rottamazione ter ci sarà tempo fino al 30 aprile 2019. Poi una volta arrivata la comunicazione degli importi da pagare (attesa entro il 30 giungo 2019) bisognerà iniziare a pagare, con due rate a scadenza 31 luglio 2019 e 30 novembre 2019. Dopo, a partire dal 2020 si potrà pagare in 4 rate annuali, con scadenza 28 febbraio, 31 maggio, 31 luglio e 30 novembre, per un totale di diciotto rate complessive.
STRALCIO DELLE MINICARTELLE ENTRO IL 31 DICEMBRE 2018.
Senza presentare alcuna domanda, il 31 dicembre 2018 verranno automaticamente cancellati i carichi affidati alla riscossione dal 2000 al 2010 fino a mille euro.
31 MAGGIO 2019 PER I PVC E LE LITI PENDENTI
Entro il 31 maggio 2019 dovrà essere presentata la dichiarazione di regolarizzazione delle violazioni constate nel processo verbale (pvc) redatto dagli organi accertatori a seguito delle effettuate verifiche, e versata l'unica o la prima rata delle imposte autoliquidate senza il pagamento di sanzioni e interessi. Invece, sempre entro il 31 maggio 2019, in caso ci procedimento contro il fisco, dovrà essere presentata istanza di definiziione agevolata per ciascuna autonoma controversia e per versare l'unica o la prima rata del dovuto.
ERRORI FOMRALI CON SANATORIA IN DUE TEMPI
Anche per la nuova sanatoria degli errori formali il 31 maggio 2019 sarà decisivo. Scadrà, infatti, in quella data, il versamento della prima rata dei 200 euro per anno d'imposta con cui cancellare le irregolarità formali commesse. Il secondo appuntamento sarà invece fissato per il 2 marzo 2020. 
AVV. GIUSEPPE CAPONE
 
Mercoledì, 28 Novembre 2018 17:33

PACE FISCALE. DEFINIZIONE AGEVOLATA LITI PENDENTI

Le novità in tema di pace fiscale presenti nel decreto fiscale collegato alla legge di bilancio 2019 riguardano anche la riapertura della definizione agevolata delle liti fiscali pendenti. La definizione agevolata delle liti tributarie sarà così congegnata: 
  • nel caso di soccombenza dell'Agenzia delle Entrate nell'unica pronuncia giurisdizionale non cautelare, resa sul merito ovvero sull'ammissibilità del ricorso, alla data di presentazione della domanda di cui al comma 1 dell'articolo 6 con il pagamento:
    1. della metà del valore della controversia in caso di soccombenza dell'Amministrazione Finanziaria in primo grado;
    2. di un quinto dela valore della controversia in caso di soccombenza dell'Amministrazione Finanziaria nel giudizio di secondo grado.
    Inoltre, nel testo del Dl fiscale si legge: " le controversie relative unicamente agli interessi di mora e alle sanzioni non collegate al tributo possono essere definite con il pagamento del 15% del valore della controversia in caso di soccombenza dell'Agenzia delle Entrate nell'ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare sul merito o sull'ammissibilità dell'atto introduttivo del giudizio, resa alla medesima data e con il pagamento del 40% negli altri casi". 
    Viene poi sottolineato che sono ammesse alla pace fiscale le controversie in cui il ricorso in primo grado è stato notificato alla controparte entro il 30 settembre 2018 e per le quali alla data della presentazione della domanda il processo non si sia concluso con pronunica definitva.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE
     

     

    Pace fiscale anche per chi non ha pagato le precedenti rate della rottamazione bis. La scadenza è fissata al 7 dicembre prossimo. Il decreto fiscale approvato dal governo ha esteso anche ai decaduti dalla rottamazione bis e dalla prima definizione agevolata delle cartelle la possibilità di accedere all'ampio disegno della pace fiscale. I debiti reidui potranno essere sanati senza corrispondere sanzioni e interessi di mora. Le rate scadute a luglio, settembre e ottobre potranno essere versate in un'unica soluzione entro il 7 dicembre 2018 e in tal caso al contribuente verrà concessa la possibilità di accedere ai vantaggi della rottamamzione ter, che prevede il pagamento del debito residuo fino a 10 rate spalmate in 5 anni. Nuova finestra anche per i decaduti dalla prima rottamazione delle cartelle varata con il DL 193/2016 e ai ripescati dal DL 148/2017 che dopo aver presentato domanda non hanno pagato le rate scadute nel 2016. In questi due casi l'accesso alla rottamazione ter sarà automatico. Tutti i contribuenti potranno beneficiare dei vantaggi della nuova definizione agevolata delle cartelle, proseguendo il versamento degli importi residui con un piano di rateizzazione della durata di ben 5 anni e con interessi ridotti allo 0,3%.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 
    Domenica, 11 Novembre 2018 09:21

    ROTTAMAZIONE TER. MODALITA' DI ADESIONE

    L'articolo 3 del D.L. n.119/2018 prevede che il contribuente entro il 30 aprile 2019 possa manifestare all'agente della riscossione la volontà di procedere alla definizione agevolata delle cartelle. Per il contribuente quindi si ripropone la possibilità di sanare la sua posizione debitoria nei confronti del Fisco senza pagare le somme relative a sanzioni ed interessi di mora. Tali effetti premiali, che riproducono quanto già previsto nelle precedenti rottamazioni, siestendono anche a coloro che avevano già fatto ricorso alle predette procedure ma che erano decaduti anche se a condizioni differenti. 
    Per aderire alla rottamazione ter il contribuente dovrà compilare l'apposita modulistica che l'Agente della Riscossione pubblicherà sul proprio sito internet (attualmente non disponibile) indicando il numero di rate, per un massimo di 10, in cui intende effettuare il pagamento dei debiti. 
    Tale istanza dovrà essere presentata entro il 30 aprile 2019.
    Per il contribuente si pone il problema di riuscire a sospendere l'esecuzione delle cartelle esattoriali a suo carico in attesa di richiedere la rottamazione e dunque di evitare eventuali pignoramenti nel frattempo. Se non ha la possibilità di chiedere la rateazione delle pretese (poichè ad esempio è già decaduto) un'altra soluzione, anche se piuttosto "estrema", potrebbe essere quella di proporre un'azione giudiziale.
    Su questo punto è necessario richiamare l'articolo 7 comma 1 lett. m) del D.L. n.70/2011 secondo cui "in caso di richiesta di sospensione giudiziale degli atti esecutivi, non si procede all'esecuzione fino alla decisione del giudice e comunque fino al centoventesimo giorno". Tale norma permette al contribuente che ha proposto un'opposizione agli atti esecutivi di sospendere l'azione esecutiva in attesa di aderire alla rottamamzione ter (ultimo termine 30 aprile 2019) giovandosi degli effetti premiali che permettono di estinguere il proprio debito al netto di sanzioni e interessi.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE
    In un recente intervento alla Camera dei Deputati, il Direttore dell'Agenzia delle Entrate ha affermato che i crediti che i diversi enti hanno affidato dal 2000 al 2017 prima ad Equitalia e poi all'Agenzia delle Entrate riscossione (subentrata il 2 luglio 2017) è pari ad 871 miliardi di euro. Tuttavia eliminando gli importi difficilmente recuperabili per varie ragioni, resterebbero solo 84,2 miliardi realmente recuperabili. Importo che scende ulteriormente a 50 miliardi secondo quanto dichiarato il 25 luglio scorso dal ministro dell'Economia, rispondendo ad una interrogazione parlamentare (dal Sole24ore del 14.08.2018). 
    In altre parole, nonostante lo Stato vanti nei confronti dei cnontribuenti (cittadini e imprese) un presunto credito pari a 871 miliardi di euro, stando ai dati forniti dal Direttore dell'Agenzia delle Entrate, solamente 50 miliardi di euro sarebbero dovuti realmente (in pratica poco meno del 6%). Pertanto, dati alla mano, si può affermare che i contribuenti potrebbero subire addidrittura un danno dall'adesione alla Pace Fiscale, in quanto gli stessi potrebbero finire col pagare debiti in realtà non dovuti. E' importante, quindi, che tutti i contribuenti prima di aderire a tali agevolazioni, si informino attentamente in merito alla loro situazione debitoria, al fine di comprendere se i debiti presenti sono realmente dovuti. E' possibile, infatti, che i debiti del contribuente non siano dovuti in parte perchè ad esempio il calcolo degli interessi e delle sanzioni applicate dal concessionario della riscossione 8ex Equitalia ora Agenzia Entrate Riscossione) siano errati oppure addirittura prescritti. A tal proposito segnaliamo alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione:
    - i contributi previdenziali e assistenziali (INPS e INAIL) si prescrizono nel termine di 5 anni (Corte di Cassazione n.23397 del 2016)
    - gli interessi applicati sulle sanzioni tributarie sono illegittime (Corte di Cassazione ordinanza n.16533 del 22 giugno 2018)
    AVV. GIUSEPPE CAPONE
    Secondo l'articolo 2, comma 8 bis del DPR 322/1998 "le dichiarazioni dei redditi possono essere integrate dai contribuenti per correggere errori od omissioni che abbiano determinato l'indicazione di un maggior debito di imposta o di un minor credito, mediante dichiarazione da presentare non oltre il termine per la dichiarzione relativa al periodo di imposta successivo. L'eventuale credito risultante dalle dichiarazioni può essere utilizzato in compensazione." Da tale precetto normativo deriva che il contribuente può sempre correggere la dichiarazione presentata e ciò anche durante il processo tributario instaurato su un provvedimento fondato sui dati errati dallo stesso dichiarati. Questa è l'indicazione che emerge da una decisione della Corte di Cassazione, che era stata chiamata a pronunciarsi sull'annullamento di una cartella di pagamento per Ires e Irap a carico di una cooperativa in conseguenza di errori commessi nella dichiarazione presentata. La Suprema Corte ha infatti affermato che l'orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità afferma l'emendabilità, in via generale, di qualsiasi errore, di fatto o di diritto, contenuto in una dichiarazione resa dal contribuente all'amministrazione fiscale, anche se non direttamente rilevabile dalla stessa dichiarazione. Quest'ultima, infatti, non si configura quale atto negoziale e dispositivo, ma si tratta di una mera esternazione di scienza o di giudizio, modificabile in ragione dell'acquisizione di nuovi elementi di conoscenza e di valutazione sui dati riferiti. Costituisce, così, un momento dell'iter procedimentale volto all'accartamento dell'obbligazione tributaria. Il termine annuale previsto dalla norma sopra citata, è finalizzato all'utilizzo in compensazione del credito eventualmente utilizzato e non interferisce sul termine di decadenza di 48 mesi previsto per l'istanza di rimborso. In ogni caso, poi, non esplica alcun effetto sul processo tributario instaurato dal contribuente per contestare la pretesa fiscale, poichè anche in virtù dei principi di capacità contributiva (art. 53 Costituzione), non può estendersi un'eventuale decadenza amministrativa del processo tributario. Infatti, sebbene ci si opponga a una pretesa fondata su dati (errati) forniti dal contribuente, l'oggetto del contenzioso non è la "dichiarazione integrativa" ma la fondatezza della pretesa tributaia alla luce degli elementi prodottti dalla parti. Pertanto, va riconosciuta al contribuente, in sede contenziosa, di opporsi alla maggior pretesa, allegando errori di fatto o di diritto, commessi nella determinazione dell'imposta dovuta.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE
      
    Mercoledì, 07 Novembre 2018 07:39

    AVVISO DI ACCERTAMENTO NULLO SENZA DELEGA

    L'accertamento fiscale è nullo se l'Amministrazione non prova di avere validamente delegato il funzionario che ha firmato l'atto. Deve essere l'ufficio a provare che il funzionario che ha sottoscritto l'atto era legittimamente delegato. Gli accertamenti sono nulli se non sono sottoscritti dal capo dell'ufficio emittente o da un impiegato della carriera direttiva validamente delegato. La sottoscrizione da parte di un funzionario diverso da quello istituzionalmente competente a sottoscriverlo ovvero da parte di un soggetto privo di delega valida, non sodisfa il requisiito espressamente richiesto, a pena di nullità, dalla norma (art. 42 DPR 600/73).
    La nullità legata ai vizi di sottoscrizione riguarda gli avvisi emessi sia ai fini delle imposte dirette sia ai fini Iva, in conseguenza del diretto rimando contenuta nel DPR n.633/72. Diversa situazione, infatti, attiene alla cartella esattoriale, al diniego di condono, all'avviso di mora o attribuzione di rendita, poichè in assenza di una sanzione di nullità espressamente prevista per legge, opera la presunzione generale di riferibilità dell'atto all'organo amministrativo che ha emesso il provvedimento. Ne consegue che nell'ipotesi in cui sia contestata l'esistenza di uno specifico atto di delega da parte del capo dell'ufficio e/o l'appartenenza dell'impiegato delegato alla carriera direttiva, incombe all'Amministrazione dimostrare il corretto esercizio del potere sostitutivo e l'assenza di vizi al riguardo. Si discute, infatti, di circostanze che coinvolgono direttamente l'Amministrazione che detiene la relativa documentazione e pertanto sarebbe difficile (o forse impossibile) per il contribuente potervi accedere autonomamente ed inoltre, il giudice nemmeno potrebbe attivare poteri istruttori. Tuttavia, è ormai pacifico che nel caso in cui il contribuente contesti il difetto di poteri del firmatario, l'amministrazione finanziaria deve dimostrare che il sottoscrittore era il capo dell'ufficio in persona oppure (circostanza assai più ricorrente) altro soggetto comunque appartenente alla carriera direttiva (quindi funzionario della terza area), delegato dal capo dell'ufficio. Ma in tale caso, il fisco deve anche produrre agli atti la delega che deve necessariamente essere: scritta, motivata, riferita ad un preciso soggetto, indicato per nome e cognome, riferita ad un preciso ambito temporale entro cui la delega è valida (la delega generica senza limiti di tempo non è valida). Insomma le deleghe in bianco non sono legittime.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE
    L'art. 10 quater del decreto legislativo 74/2000 prevede che sia punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa le somme dovute, utilizzando in compensazione ai sensi dell'art. 17 dlgs. 241/97, crediti non spettanti per un importo superiore a 50.000 euro annui, e con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni per chi non versa le somme dovute, utilizzando in compensazione ex art. 17 dlgs 241/97, crediti inesistenti per un importo annuo superiore ai 50.000 euro.
    Prendendo spunto dalla norma in esame, analizziamo oggi il caso pratico di un soggetto che si è visto imputato della violazione di detta norma, avendo lo stesso operato, secondo la prospettazione accusatoria, una indebita compensazione di ritenute previdenziali. Il decreto legislativo 74/2000 è intitolato "Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto a norma dell'art. 9 della legge n.205 del 25 giugno 1999". Dunque, evodentemente, le fattispecie delittuose di tale testo dovrebbero riferirsi solo alle violazioni in tema di imposte sui redditi e sul valore aggiunto e non anche a quelle relative al versamento delle ritenute previdenziali. Tutavia contro tale argomento la Cassazione valorizza il dato letterale dello stesso articolo 10 quater. E pertanto, osserva la Corte, che la lettera dell'articolo 10 quater identifica nel dettaglio, in ossequio al principio di tassatività della norma penale, le compensazioni che possono essere oggetto della stessa fattispecie incriminatrice, operando un rinvio recettizio al dettato dell'articolo 17 del decreto legislatico n.241 del 1997. Orbene, osserva la Corte, proprio il testo dell'articolo 17 delgs n.241/1997, richiamato espressamente con rinvio "recettizio e conchiuso" dalla norma incriminatrice, consente la compensazione anche dei crediti relativi ai contributi previdenziali e si riferisce agli importi non versati con l'espressione "somme dovute", senza dunque, volutamente, fare riferimento al termine "imposte", proprio in conseguenza della tipologia ampia ed eterogenea dei crediti che possono essere oggetto di compensazione. 
    In merito poi all'idenditificazione della fattispecie incriminatrice, nessun dubbio nutre la Corte sulla specifica appartennza del caso in esame alla indebita compensazione e non alla truffa, visto l'apparente concorso di norme e la prevalenza del carattere speciale della norma tributaria ex art. 10 quater sulla norma ordinaria.
    Si rileva, a parere di chi scrive, anche con il caso esaminato, come sia venuta a svilupparsi una interpretazione ampia del reato tributario, dovendosi ricomprendere nello stesso non solo i beni appresi per effetto immediato e diretto dell'illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta e mediata, dell'attività criminosa. 
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 
     
     
    La santoria dei micro-crediti esattoriali non si applicherà solo alle cartelle fino a mille euro, ma coinvolgerà anche quelle di importo superiore. E ciò in conseguenza dell'interpretazione letterale del decreto fiscale appena approvato dal Governo. Il testo della norma (art. 4 D.L. 119/2018), infatti, non parla di cancellazione delle cartelle di pagamento ma dei "carichi affidati agli agenti della riscossione" o, che dir si voglia, degli importi iscritti a ruolo. Cerchiamo di capire meglio con un esempio. Immaginiamo il sig. Mario Rossi che, per tre anni consecutivi, non ha pagato il bollo auto. L'importo singolo da versare era di 500 euro; la somma degli arretrati è quindi pari a 1.500 euro cui si aggiungono le sanzioni e gli interessi. L'Ente impositore ha puntualmente inviato le diffide per interrompere la prescrizione e, di anno in anno, ha iscritto a ruolo gli arretrati formando tre ruoli distinti e incaricato l'esattore di procedere al recupero coattivo. L'agente della riscossione, come spesso succede, anzichè inviare una cartella per ogni singolo ruolo, ha preferito formare un'unica cartella che racchiude i ruoli delle tre annualità arretrate. In questo modo Mario Rossi ha ricevuto una cartella di oltre 1.500 euro. Ebbene, il debito non va pagato. E questo perchè il singolo ruolo è inferiore a 1.000 euro anche se la successiva cartella, onnicomprensiva, supera tale tetto.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 

     

    La santoria dei micro-crediti esattoriali non si applicherà solo alle cartelle fino a mille euro, ma coinvolgerà anche quelle di importo superiore. E ciò in conseguenza dell'interpretazione letterale del decreto fiscale appena approvato dal Governo. Il testo della norma (art. 4 D.L. 119/2018), infatti, non parla di cancellazione delle cartelle di pagamento ma dei "carichi affidati agli agenti della riscossione" o, che dir si voglia, degli importi iscritti a ruolo. Cerchiamo di capire meglio con un esempio. Immaginiamo il sig. Mario Rossi che, per tre anni consecutivi, non ha pagato il bollo auto. L'importo singolo da versare era di 500 euro; la somma degli arretrati è quindi pari a 1.500 euro cui si aggiungono le sanzioni e gli interessi. L'Ente impositore ha puntualmente inviato le diffide per interrompere la prescrizione e, di anno in anno, ha iscritto a ruolo gli arretrati formando tre ruoli distinti e incaricato l'esattore di procedere al recupero coattivo. L'agente della riscossione, come spesso succede, anzichè inviare una cartella per ogni singolo ruolo, ha preferito formare un'unica cartella che racchiude i ruoli delle tre annualità arretrate. In questo modo Mario Rossi ha ricevuto una cartella di oltre 1.500 euro. Ebbene, il debito non va pagato. E questo perchè il singolo ruolo è inferiore a 1.000 euro anche se la successiva cartella, onnicomprensiva, supera tale tetto.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 

     

    La pace fiscale, che contiene la santoria delle mini cartelle fino a mille euro, si applica anche a chi ha una rateazione in corso e il debito residuo è inferiore a tale tetto. Per capire quale beneficio potrà avere il contribuente che già stava pagando il debito con l'agente della riscossione facciamo un esempio. 
    Immaginiamo che una persona, qualche anno fa, abbia ricevuto una cartella esattoriale da 5 mila euro per IMU non versata. Per evitare un pignoramento, il debitore presenta allo sportello dell'esattore una istanza di dilazione del debito in 72 rate. L'agente della riscossione, dopo avere approvato la richiesta, gli consegna il piano di ammortamento che il controbuente inizia da admpiere regolarmente. Al 31 dicembre 2018 il residuo da pagare è di 990 euro. Ebbene, questo importo ricade nel condono governativo. Dunque, anche in caso di rateizzazione delle cartelle c'è lo stop al pagamento grazie alla pace fiscale. Il decreto fiscale fa riferimento ai "singoli carichi" affidati all'agente della riscossione dal 2000 al 31 dicembre 2010, quindi riguarda anche le cartelle di pagamento ricevute nel 2011, ma riferite a ruoli formati l'anno prima. 
    Ricordiamo che l'annullamento delle mini-cartelle opera per i debiti 2000-2010 ancora iscritti a ruolo al 24 ottobre 2018, e avverrà, senza alcuna richiesta del debitore, al 31 dicembre. Se in questo tempo il debitore paga, perchè magari ha in corso una rateazione, il versamento è imputato a copertura di eventuali altri debiti. In assenza, sarà rimborsato con oneri a carico dell'Ente creditore. Le somme pagate prima del 24 ottobre restano acquisite dall'ente creditore. 
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 
    Giovedì, 01 Novembre 2018 09:24

    PACE FISCALE IN 4 PUNTI

    Ancora incerta la strada che condurrà alla ormai nota pace fiscale. Sembrano essersi comunque delineate le linee principali della sua forma definitiva. Il Sole 24 ore nei giorni scorsi ha focalizzato l'attenzione sui 4 punti principali che ruotano attorno alla pace fiscale. Quattro nodi da sciogliere per arrivare a una migliore definizione della pace con il fisco italiano. E pertanto: 1) Tetto delle somme riscattabili attraverso la sanatoria; 2) il contenzioso tributario, ossia la possibilità di includere nella pace fiscale le liti pendenti con il fisco; 3) la rottamazione delle cartelle in relazione alla pace fiscale; 4) debiti IVA. Tutto ciò senza dimenticare l'ammontare delle aliquote e, in una prospettiva più larga, i soggetti che potranno beneficiare della misura e quelli esclusi. Ancora incertezza sulle aliquote. La voce più ricorrente riguarda l'applicabilità di tre aliquote al 6%, 15% e 25%. Ma non è ancora chiaro come queste saranno ripartite in base ai vari scaglioni. Perchè le somme da abbuonare avranno un tetto, che non sarà di 100 mila euro come originariamente previsto. Altro problema da sciogliere è il contenzioso con il fisco. Probabilmente solo chia avrà la possibilità di vittoria potrà attendere la definizione della pace fiscale. Tuttavia c'è incertezza su come tenere separate le liti fiscali in relazione ai diversi plafond. L'alternativa? Bolocco unitario. La pace fiscale, poi, può essere considerata una maxi estensione del piano di rottamazione delle cartelle esattoriali. L'interrogativo iniziale riguarda l'inclusione o esclusione di tutti quei contribuenti che hanno aderito alla rottamazione. Chi non ha aderito ad alcun piano di rateizzazione, dovrebbe entrare nella misura. Praticamente certa, poi, l'esclusione dei debiti IVA, così come quella delle pendenze contributive. Di contro, non è ancora chiaro se all'interno della pace fiscale possano rientrare imposte comunali, come ad esempio TARI e IMU.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 
    Se la procedura fallimentare è già stata avviata, non è necessario che venga notificato un ulteriore ricorso proposto da un secondo creditore richiedente il fallimento. Questo perchè il ricorso proposto da un secondo creditore non fa venire meno il diritto di difesa, quando il procedimento prefallimentare è già in corso. L'imprenditore poi, anche se ha cessato l'attività d'impresa, non può invocara la capienza del patrimonio personale per sottrarsi al fallimento: non gli si applica il regime estintivo delle società in quanto la cesazione della qualità di imprenditore individuale non è formale ma è sostanziale e anche nell'accertamento dell'insolvenza non valgono le regole delle società in liquidazione. 
    Non si applica il regime estintivo previsto dall'articolo 2495 del codice civile per le società in quanto l'imprenditore individuale non è diverso rispetto alla persona fisica che svolge l'attività imprenditoriale. Infatti la conclusione della sua qualità di imprenditore non è mai legata all'espletamento di particolari formalità e questo differente regime estintivo vale anche per l'accertamento dello stato di insolvenza. Diversamente dalle società in liquidazione, non può bastare neppure la disponibilità di un patrimonio immobiliare sufficiente a pagare tutti i debiti dell'impresa, essendo sufficiente per la pronuncia del fallimento, uno stato di impotenza funzionale non transitoria a soddisfare le obbligazioni inerenti alla stessa impresa.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 
     
    La perdita dei crediti non incassati non può essere deducbile in assenza di elementi di certezza della irrealizzabilità del credito, ed i costi non dedotti in un precedente periodo di imposta non posso essere portati in detrazione nel periodo di imposta successivo in conseguenza dell'emissione della fattura da parte del fornitore nell'anno successivo al perido di imposta in cui è stata resa la prestazione. 
    Questo principio espresso dalla giurisprudenza uniforme della Cassazione è stato ulteriormente ribadito recentemente con una sentenza di marzo 2018 da cui possono trarsi le seguenti conclusioni.
    Le perdite su crediti devono essere certe e tali da far ritenere che il credito sia in tutto o in parte non recuperabile per insolvenza parziale o totale del debitore. Tali fattispecie possono essere: 1) A
  • tto di rinuncia unilaterale del creditore con il quale si procede alla remissione titale o parziale del debito con lettera (art. 1236 c.c.) semrpe che non risponda ovviamente ad una scelta di convenienza economica operata dall'azienda e che sia delibarata dagli orgsani societari; 2) Credito di modesto importo; 3) Prescrizione del diritto di credito dipendente dalla natura; 4) Accordo transattivo tra le parti con il quale si addiviene ad una risoluzione e riduzione del debito originario del debitore insolvente; 5) Cessione del credito con la clausola pro soluto, in tal caso per i credit non ancora scaduti, la perdita è configurabile solo se il prezzo di cessione è inferiore al valore attualizzato dei crediti ceduti, al netto degli interessi impliciti non ancora maturati; 6) Crediti verso soggetti esteri garantiti Sace sono deducibili se c'è la dichiarazione del sinistro e dovrà contenere l'indicazione dell'indennizzo liquidato a titolo di risarcimento per la mancata riscossione del credito; 7) Crediti verso soggetti esteri senza garanzia Sace sempre che vi sia una dichiarazione di irrecuperabilità rilasciata dall'organo deputato al controllo contabile; 8) Procedure concorsuali: procedura che deve considerarsi aperta in capo al debitore e nel caso di fallimento, indipendentemente dall'insinuazione del creditore al passivo fallimentare. 
  • Le nuove sogli di punibilità per ireati tributari sono retroattive e si applicano quindi anche ai giudizi in corso, visto il trattamento di favore nei confronti degli imputati. E portano all'annullamento delle condanne già pronunciate, anche se concordate. 
    A ribadirlo è la Cassazione con una sentenza del 2016 la numero 891.
    In particolare il processo approdato in Cassazione aveva visto la condanna ad una anno e sette mesi di un titolare di una impresa individuale per i reati di dichiarazione fraudolenta e di dichiarazione infedele. La condanna era stata emessa dopo un patteggiamento ma successivamente impugnata.
    Nel corso del giudizio tuttavia è stato approvato il decreto legislativo n. 158 che riforma le sanzioni tributarie. Un intrevento che ha conseguenze immediate anche sul procedimento in discussione, visto che rivede, alzando le soglie di rilevanza penale previste per il reato di dichiarazione infedele. 
    Nel dettaglio, ferma la misura della sanzione che va da un minimo di una anno a un massimo di 3 e ferma anche la condotta (indicazione in dichiarazione di elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo oppure di elementi passivi inesistenti), a cambiare sono i valori dell'imposta singola evasa che ora deve essere superiore a 150 mila euro, al posto dei precedenti 50 mila. Elevato pure il limite dell'ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti al Fisco, anche attraverso l'indicazione di elementi passivi inesistenti, che per essere punibile deve essere superiore a 3 milioni di euro, al posto dei precedenti due. La dichiarazione infedele contestata all'imputato e oggetto dell'accordo con la pubblica accusa, per gli anni di imposta 2006-2009, se rispettava le vecchie soglie è invece al di fuori di quelle nuove che hanno ristretto il perimetro penale. 
    La conseguenza immediata di cui la Cassazione prende atto nel segno del favor rei è l'annullamento senza rinvio della condanna emessa per insussistenza del fatto. 
    AVV. GIUSEPPE CAPONE 
    L'esdebitazione, cioè la possibilità di azzerare tutti i debiti dopo la chiusura del fallimento, è rimessa, secondo la Cassazione, alla valutazione discrezionale del giudice se questo si convince che i pagamenti effettuati, dopo la chiusura del fallimento, non siano stati sufficienti a soddisfare i creditori, rispetto a quanto complessivamente dovuto. 
    Questa l'interpretazione della Corte di Cassazione con la sentenza n.17386 del 2015 che ha sancito il principio mutuato dall'articolo 142 comma 2 della legge fallimentare, secondo il quale "l'esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti neppure in parte i creditori concorsuali". 
    Il riferimento alla soddisfazione, almeno parziale, dei creditori concorsuali attribuisce evidentemente al giudice un ambito di valutazione discrezionale quanto alla portata effettivamente satisfattiva, almeno parziale, delle ripartizioni. E, infatti, la parzialità, affermano i giudici di legittimità, può essere riferita non solo al numero dei creditori soddisfatti, sul totale di quelli ammessi, ma anche alla percentuale di pagamento dei singoli crediti, con la conseguenza che si sconta una inevitabile valutazione appunto discrezionale sull'idoneità della percentuale ottenuta dai creditori.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE
       
    Lunedì, 29 Ottobre 2018 07:33

    GLI EFFETTI DELLA SCISSIONE SOCIETARIA

    Ai fini della ripartizione della responsabilità per debiti anteriori, la scissione societaria non determina un beneficio di preventiva escussione del patrimonio della società scissa, ma soltanto un beneficium ordinis, cioè un benifcio cronologico, o di sequenza, che presuppone soltanto la costituzione in mora del debitore. 
    Questa interpretazione della Corte di Cassazione con la sentenza 4455 del 2016 stabilisce un principio fondamentale per i creditori della società beneficiaria della scissione, i quali potranno rivalersi nei confronti di quest'ultima, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto assegnato o rimasto dalla scissione alla società beneficiaria, determinandosi in tal modo la misura del credito azionabile nei confronti delle altre società partecipanti alla scissione. 
    La norma presa a riferimento è l'articolo 2506 quater comma 3 del codice civile, secondo la quale "ciascuna società è solidalmente responsabile nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto, dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui fanno carico".
    Ciò comporta, pertanto, secondo la sentenza richiamata, che "per i crediti non soddisfatti dalla società cui fanno carico", esiste soltano un beneficium ordinis, che richiede esclusivamente la costituzione in mora del debitore.
    La sussistenza, poi, di tale formale costituzione, è un accertamento di fatto che compete al giudice di merito anche nel caso in cui l'obbligazione è scaduta. 
    La limitazione della responsabilità solidale delle società partecipanti al "valore effettivo del patrimonio netto", assegnato o rimasto alla società escussa, definisce la misura del credito azionabile nei confronti delle società non beneficiarie e non la misura della garanzia prestata dal debitore. 
    Nell'operazione di scissione, quindi, ciascuna società di nuova costituzione può essere chiamata a rispondere solidalmente del passivo consolidato, ma solo la società alla quale il debito è trasferito o mantenuto ne risponde per l'intero, mentre le altre ne rispondono soltanto nei limiti della quota di loro spettanza su quanto, al momento della scissione, era effettivamente disponbile per il soddisfacimento dei loro creditori.
    AVV. GIUSEPPE CAPONE  
    In tema di omesso versamento IVA segnaliamo questa interessante pronuncia della Corte di Cassazione che tiene conto della impossibilità ad adempiere del contribuente,
    Nel caso in questione la Corte Suprema si muove sul filo di un equilibrio fra l'impossibilità ad adempiere del contribuente e la rilevanza penale del suo comportamento. E arriva a una sentenza che arriva ad escludere la punibilità in tema di omesso versamento IVA, ma solo dopo una valutazione sul fatto del giudice di merito.
    La Cassazione (sentenza n.49666/2015) ha infatti annullato con rinvio al giudice di merito un'ordinanza con la quale il Tribunale di Pesaro aveva disposto il sequestro conservativo, in relazione ad omesso versamento IVA. La società contribuente aveva proposto ricorso per Cassazione chiedendo l'annullamento del provvedimento di sequestro. L'indagato affemava di essere stato impedito ad assolvere l'obbligazione tributaria "per crisi di liquidità alla stessa non imputabile", in quanto, operando nel settore della pubblica amministrazione, aveva sofferto cronici ritardi nei tempi di pagamento, mentre si era andata ad accumulare una pesante situzaione debitoria nei confronti dell'Erario per omessi versamenti delle imposte. La Cassazione ha rilevato che il Tribunale non ha motivato la propria decisione. Nel caso in questione a fronte di un'argomentata motivazione avnzata dalla ricorrente società innanzi la Tribunale del Riesame, chiamato a pronunciarsi sul dissequestro, l'ordinanza si è limitata a riassumere gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità in materia di sequestro conservativo. 
    In tema di omesso versamento IVA, la Cassazione ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità ha affermato la necessità che risulti che il soggetto obbligato al pagamento abbia adottato tutte le iniziative per per corrispondere il pagamento e che la crisi di liquidità non sia allo stesso imputabile per renderlo esente da responsabilità, per insussistenza dell'elemento soggettivo del reato. L'elemento soggettivo del rato è costiuito dalla condotta omissivia che presuppone l'esistenza della possibilità ad adempiere il pagamento. L'ordinanza impugnata è stata quindi annullata con rinvio al Tribunale del Riesame. La Cassazione, dunque, erroneamente ad avviso di chi scrive, non ha voluto annullare senza rinvio. Per far quaesto avrebbe dovuto ritenere che l'impossibilità ad adempiere andava configurata come causa di giustificazione (scriminante) dell'omesso versamento. E' pur vero che la mancanza di liquidità esclude la volontà ad adempiere. Ma tale mancanza esclude, prima ancora della volontà, la stessa possibilità ad adempiere, quindi sembra configurarsi come causa di giustificazione. Dal che discende l'annullamento dell'ordinanza senza rinvio al Tribunale. Ma la Cassazione ha deciso in modo discutibile proprio per evitare di annullare l'ordinanza senza rinvio. Collegando l'elemento soggettivo alla concreta possibilità di adempiere, la Cassazione ha potuto salvare "capra e cavoli", dar rilievo all'impossibilità di adempiere e non chiudere il processo.
    AVV. GIuseppe Capone
     
    In tema di omesso versamento IVA segnaliamo questa interessante pronuncia della Corte di Cassazione che tiene conto della impossibilità ad adempiere del contribuente,
    Nel caso in questione la Corte Suprema si muove sul filo di un equilibrio fra l'impossibilità ad adempiere del contribuente e la rilevanza penale del suo comportamento. E arriva a una sentenza che arriva ad escludere la punibilità in tema di omesso versamento IVA, ma solo dopo una valutazione sul fatto del giudice di merito.
    La Cassazione (sentenza n.49666/2015) ha infatti annullato con rinvio al giudice di merito un'ordinanza con la quale il Tribunale di Pesaro aveva disposto il sequestro conservativo, in relazione ad omesso versamento IVA. La società contribuente aveva proposto ricorso per Cassazione chiedendo l'annullamento del provvedimento di sequestro. L'indagato affemava di essere stato impedito ad assolvere l'obbligazione tributaria "per crisi di liquidità alla stessa non imputabile", in quanto, operando nel settore della pubblica amministrazione, aveva sofferto cronici ritardi nei tempi di pagamento, mentre si era andata ad accumulare una pesante situzaione debitoria nei confronti dell'Erario per omessi versamenti delle imposte. La Cassazione ha rilevato che il Tribunale non ha motivato la propria decisione. Nel caso in questione a fronte di un'argomentata motivazione avnzata dalla ricorrente società innanzi la Tribunale del Riesame, chiamato a pronunciarsi sul dissequestro, l'ordinanza si è limitata a riassumere gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità in materia di sequestro conservativo. 
    In tema di omesso versamento IVA, la Cassazione ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità ha affermato la necessità che risulti che il soggetto obbligato al pagamento abbia adottato tutte le iniziative per per corrispondere il pagamento e che la crisi di liquidità non sia allo stesso imputabile per renderlo esente da responsabilità, per insussistenza dell'elemento soggettivo del reato. L'elemento soggettivo del rato è costiuito dalla condotta omissivia che presuppone l'esistenza della possibilità ad adempiere il pagamento. L'ordinanza impugnata è stata quindi annullata con rinvio al Tribunale del Riesame. La Cassazione, dunque, erroneamente ad avviso di chi scrive, non ha voluto annullare senza rinvio. Per far quaesto avrebbe dovuto ritenere che l'impossibilità ad adempiere andava configurata come causa di giustificazione (scriminante) dell'omesso versamento. E' pur vero che la mancanza di liquidità esclude la volontà ad adempiere. Ma tale mancanza esclude, prima ancora della volontà, la stessa possibilità ad adempiere, quindi sembra configurarsi come causa di giustificazione. Dal che discende l'annullamento dell'ordinanza senza rinvio al Tribunale. Ma la Cassazione ha deciso in modo discutibile proprio per evitare di annullare l'ordinanza senza rinvio. Collegando l'elemento soggettivo alla concreta possibilità di adempiere, la Cassazione ha potuto salvare "capra e cavoli", dar rilievo all'impossibilità di adempiere e non chiudere il processo.
    AVV. GIuseppe Capone
     
    In tema di omesso versamento IVA segnaliamo questa interessante pronuncia della Corte di Cassazione che tiene conto della impossibilità ad adempiere del contribuente,
    Nel caso in questione la Corte Suprema si muove sul filo di un equilibrio fra l'impossibilità ad adempiere del contribuente e la rilevanza penale del suo comportamento. E arriva a una sentenza che arriva ad escludere la punibilità in tema di omesso versamento IVA, ma solo dopo una valutazione sul fatto del giudice di merito.
    La Cassazione (sentenza n.49666/2015) ha infatti annullato con rinvio al giudice di merito un'ordinanza con la quale il Tribunale di Pesaro aveva disposto il sequestro conservativo, in relazione ad omesso versamento IVA. La società contribuente aveva proposto ricorso per Cassazione chiedendo l'annullamento del provvedimento di sequestro. L'indagato affemava di essere stato impedito ad assolvere l'obbligazione tributaria "per crisi di liquidità alla stessa non imputabile", in quanto, operando nel settore della pubblica amministrazione, aveva sofferto cronici ritardi nei tempi di pagamento, mentre si era andata ad accumulare una pesante situzaione debitoria nei confronti dell'Erario per omessi versamenti delle imposte. La Cassazione ha rilevato che il Tribunale non ha motivato la propria decisione. Nel caso in questione a fronte di un'argomentata motivazione avnzata dalla ricorrente società innanzi la Tribunale del Riesame, chiamato a pronunciarsi sul dissequestro, l'ordinanza si è limitata a riassumere gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità in materia di sequestro conservativo. 
    In tema di omesso versamento IVA, la Cassazione ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità ha affermato la necessità che risulti che il soggetto obbligato al pagamento abbia adottato tutte le iniziative per per corrispondere il pagamento e che la crisi di liquidità non sia allo stesso imputabile per renderlo esente da responsabilità, per insussistenza dell'elemento soggettivo del reato. L'elemento soggettivo del rato è costiuito dalla condotta omissivia che presuppone l'esistenza della possibilità ad adempiere il pagamento. L'ordinanza impugnata è stata quindi annullata con rinvio al Tribunale del Riesame. La Cassazione, dunque, erroneamente ad avviso di chi scrive, non ha voluto annullare senza rinvio. Per far quaesto avrebbe dovuto ritenere che l'impossibilità ad adempiere andava configurata come causa di giustificazione (scriminante) dell'omesso versamento. E' pur vero che la mancanza di liquidità esclude la volontà ad adempiere. Ma tale mancanza esclude, prima ancora della volontà, la stessa possibilità ad adempiere, quindi sembra configurarsi come causa di giustificazione. Dal che discende l'annullamento dell'ordinanza senza rinvio al Tribunale. Ma la Cassazione ha deciso in modo discutibile proprio per evitare di annullare l'ordinanza senza rinvio. Collegando l'elemento soggettivo alla concreta possibilità di adempiere, la Cassazione ha potuto salvare "capra e cavoli", dar rilievo all'impossibilità di adempiere e non chiudere il processo.
    AVV. GIuseppe Capone
     
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